domenica 8 aprile 2012

Giosuè racconta la trasmissione numero 0


Ci troviamo a Jesi nel giardino della Comunità Alloggio  Soteria, è sabato 24 marzo e sono le ore 19.30, incomincia a far freddo ma le persone, che sono sedute tutte in cerchio come in un incontro gruppale, sembrano riscaldarsi al crepitio delle ultime parole che annunciano la fine della trasmissione numero zero di Radio Senza Muri. Tra le tante una voce gentile, quella di Alberto Paolini, quasi un soffio, che sembra parlare in punta di piedi, tanto è delicata, fa il sunto di ciò che è stata, e che dovrebbe sempre essere, la trasmissione radiofonica di una radio comunitaria, sta dicendo: “stiamo facendo radio? Non me ne sono neanche accorto, mi sembrava di essere ad un incontro fra amici!”
I partecipanti e gli operatori radiofonici sono ancora lì seduti e sembra non vogliano andarsene via, si è creata un’energia talmente forte tra le persone, quasi tangibile, che attacca il corpo alla sedia e non permette di alzarsi in piedi per riprendere la vita di tutti i giorni, quella fuori dalla radio. Le persone sorridono, alcune sono emozionate e commosse, parlano piano ma nessuno riesce ad andar via.
Cos’è successo? Perché questo pathos? Cos’è avvenuto in quelle quattro ore e mezza di diretta web?
Tutto inizia alle ore 14.00 quando si prepara la scaletta della serata, non è dettagliata al millesimo e non è nemmeno importante che lo sia perché è questo il modo di fare la radio comunitaria: un abbozzo di argomenti da trattare e di cose da fare, interventi, domande e poi si lascia spazio al partecipante, gli si da voce e si conta molto sull’improvvisazione, che nasce dallo sviluppo delle cose, dalla piega che in modo naturale prende l’evento. Sono “solo” cinque i punti da trattare che si abbozzano sulla lavagna dedicata all’occorrenza, ma bastano e bisogna partire perché nei primi quindici minuti saremo in onda, oltre che nel web, anche sulle frequenze di una radio locale  che ci ospita passandoci in onde medie di frequenza (FM) .
Siamo pronti, si fa per dire perché è solo grazie ad Alfredo Olivera, abituato da anni di trasmissioni de “la Colifata” in Argentina, che possiamo prendere il via in modo scorrevole. La prima domanda è legata alla presentazione personale, di chi è presente all’evento, poche parole per dichiarare il nome, la provenienza e il motivo dell’intervento ed il ghiaccio è rotto, tanto basta perché il microfono, che all’inizio veniva preso e passato con un poco di titubanza, ora viene ricercato affinché possa permetterci di dire la nostra. Continua a venire gente che si aggiunge ai già presenti ed il primo argomento parte con un intervento di Baltazar  de la Cruz Rodriguez, segretario del Cocode, il consiglio comunitario di sviluppo della comunità Ixil di San Felipe, una comunità indigena del Guatemala,  che verte sul tema della difesa del territorio,  acqua pubblica e salvaguardia dei beni comuni. Baltazar proviene da un ampio giro che lo ha visto, tra le altre tappe, presente a in una seduta dell’ONU dove si è fatto portavoce di una situazione incresciosa dove è coinvolta la “nostra” ENEL, che attraverso la consociata Enel Green Power, sta costruendo nelle vicinanze del suo villaggio un’enorme diga con la quale si teme venga distrutto quel sottile equilibrio con la “madre terra” che i loro avi hanno saputo preservare per migliaia di anni. La costruzione di una diga o di una centrale idroelettrica comporta un’evitabile alterazione dell’ecosistema, la perdita di biodiversità ma, soprattutto, l’allagamento di terre coltivate, spesso l’unica fonte di sostentamento. A tutto ciò si aggiunga il valore culturale e storico dei territori in cui il progetto è stato avviato, trattandosi di luoghi considerati sacri dagli indigeni Ixil. Sembra un deja vu, tra l’altro non di vecchia data visto che cavalca l’onda della cronaca di questi giorni: i fatti  legati alla TAV in casa nostra.


“Cos’è per te l’acqua?” con questa domanda parte la discussione sull’argomento, ed è uno stimolo attraverso il quale ognuno inizia ad esporre la propria opinione.
Intanto parte il momento artistico, l’angolo della declamazione e della poesia, il momento della musica e del ballo… si, fa proprio bene muoversi al ritmo della musica senza nessun blocco, nessuna paura del non saper fare ma solo lasciarsi andare, trasportati dal ritmo, dal suono. Ora siamo nel momento dove chi prende la parola non la vuol più lasciare: una declamazione e poi un’altra e poi un’altra e ancora una…
E’ arrivato il momento di Alberto Paolini ex paziente del Santa Maria della Pietà di Roma, accompagnato da Adriano Pallotta ex infermiere dello stesso ultimo grande manicomio della capitale, che intervengono sul tema trattato anche nel film “la pecora nera” di Ascanio Celestini. Tra l’altro Alberto si è veramente guadagnato la parola “paziente” nel suo significato più ampio, perché doveva essere  fornito di una gran pazienza per sopportare 42 anni di internamento, fatti di “trattamenti” speciali in un ambiente al limite della sopportazione umana, basti pensare al primo elettroshock subito a soli sedici anni, nemmeno un anno dopo il suo ingresso nell’istituto, dove era stato rinchiuso solo perché così era uso fare con i ragazzi orfani. Nonostante tutto senza riuscire a piegarlo nell’abbruttimento del livore o della disperazione, tant’è che lo vediamo  arrivare a scrivere versi che sono un inno al vivere positivo: “Com’è possibile, mi domando a volte, camminare sui prati verdi e avere l’animo triste?
Essere immersi nel caldo del sole mentre tutto d’intorno sorride e avere l’angoscia nel cuore?
Lasciate a noi le vostre tristezze!
A noi che non possiamo andare nei prati e non vediamo mai il sole.”
Avreste mai pensato che versi così belli, questi versi possano essere stati scritti dal prigioniero verso i suoi carcerieri? La partecipazione generale è arrivata senza nemmeno aspettare la stimolazione del coordinatore per invitarci a dare il nostro contributo ed ha continuato fino a dare  il via al successivo argomento.
Perché cantiamo “por que cantamos” (in castigliano) l’argomento è legato al 36° anniversario del golpe in Argentina, ed ora in sottofondo sta passando una canzone di Mercedes Sosa: “todo cambia”. A noi questa canzone dice poco, se tralasciamo la grande interpretazione della cantante e la bellezza del brano, ma ad altri arriva direttamente nell’anima ed è il sentimento che traspare nei volti di chi sa, perché quei momenti li conosce bene, perché li ha vissuti.
Ecco cos’è successo questo pomeriggio, ecco il perché di tanto sentimento, di tante sensazioni piene di forza e calore!
Ci siamo, diretti verso la strada di casa con il peso di una giornata vissuta intensamente, di una giornata molto sentita, e ci accompagna quella sensazione di svuotamento gratificante, come quando si è  stanchi per il troppo lavoro ma soddisfatti perché si ha la consapevolezza che quel lavoro è stato fatto bene.
Si, ci sembra il modo giusto di fare la radio ed è così che la faremo!

giosuè





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